giovedì 7 dicembre 2017

I pamphlet di Céline finalmente ristampati in Francia




Secondo notizie trapelate tra i céliniani francesi, e riprese dai media nazionali, i pamphlet di Céline saranno ristampati in Francia nel 2018, dove non erano stati più disponibili al grande pubblico per volontà di Céline, volontà poi mantenuta dalla ora ultracentenaria ultima moglie, Lucette Almansor, e dal loro biografo, legale e agente letterario Gibault.

Le informazioni che sembrano per ora confermate sono:

- uscita per Gallimard per il 2018

- tutti e tre in unico volume e con prefazione di Regis Tettamanzi (già autore della prefazione e dell'impianto di note per la ristampa canadese di qualche anno fa era http://www.editionshuit.com/ecrits-polemiques/), non nella Pleiade ma in edizione normale.

- Lucette Almansor ha dato la sua approvazione. 



giovedì 5 ottobre 2017

Viaggio al termine della notte... in Burkina Faso!



Ricercatore d'importanza mondiale nella lotta all'AIDS e al diabete, il professor Youssoufou Joseph Drabo è stato insignito della Légion d’honneur dall'ambasciatore francese in Burkina Faso il 29 settembre 2017.

Prima del brindisi durante le celebrazioni del conferimento, il professor Drabo ha stupito gli invitati citando un brano del Viaggio al termine della notte di Céline: "La medicina è una cosa ingrata. Quando ci si fa pagare dai ricchi s’ha l’aria d’essere un domestico, e dai poveri ci si diventa un ladro" e concludendo consigliando "Pagate il medico prima di averne bisogno".

Fonte http://lefaso.net/spip.php?article79627 via Émeric Cian-Grangé.

giovedì 28 settembre 2017

Una dedica inedita di Céline...



Una emozionante dedica del 14enne Céline (firmata Louis Destouches) a un giovane amico tedesco:


"Sois avec Dieu en ce bas monde
Car dans le malheur si tu y tombes
Lui seul te soutiendra.
En souvenir de ton ami."

"Sii con Dio in questo basso mondo
Che se tu cadessi nella mala sorte
Lui solo ti sosterrà.
In ricordo del tuo amico"

Documento recentemente ritrovato dal bibliotecario della cittadina di Diepholz in Bassa Sassonia, dove Céline era stato nel 1907-1908 in vacanza studio per imparare il tedesco.
Questo testo è stato ritrovato nell'album di gioventù del soldato Paul Heiser, caduto sul fronte orientale il 28/7/1916.
(Grazie a Dominique Lesergent per la condivisione). 
 

Una serie di cartoline dedicate a Louis-Ferdinand Céline



Stiamo preparando una serie di 4 cartoline dedicate al Nostro, che ne ripercorrono la vita immortalandolo in altrettante fasi salienti (la Grande Guerra, il successo del Viaggio, Montmartre tra le due guerre, Meudon), a qualcuno di voi aficionado céliniani potrebbero interessare, così ci regoliamo su quante stamparne? Prenotatele con una mail a ars_italia@hotmail.com e vi daremo tutte le info!

venerdì 16 giugno 2017

La Parigi di Céline, di David Alliot



Una guida alla Parigi odiata-amata da Céline, scritta da uno dei più abili studiosi di LFC.

"La ville la plus malsaine du monde, la plus emboîtée, la plus encastrée, infestée, confinée, irrémédiable, c’est Paris! dans son carcan de collines. Un cul-de-sac pris dans un égout, tout mijotant de charognes, de millions de latrines, de torrents de mazout de pétrole bien brûlants, une gageure de pourriture, une catastrophe physiologique, préconçue, entretenue, enthousiaste".

Le Paris de Céline, di David Alliot (Alexandrines, 130 pagine, 8,90 €).

lunedì 29 maggio 2017

Céline secondo Gerardo Lunatici




Gerardo Lunatici (1961), toscano di nascita, parmigiano d’adozione, è pittore e illustratore, insomma, secondo le tradizionali categorie della cultura, è un artista…

Definirsi artista, di questi tempi, suona un po’ ridicolo, a volte anche un po’ patetico… Ormai è’ diventato un titolo che non si nega a nessuno. Tutti, a modo loro, sono, o si sentono, artisti! Non so se Lunatici sia un artista o meno, considerati anche i parametri attuali che, nel mondo dell’arte contemporanea, definiscono colui che è artista, o il cui lavoro può essere definito come arte (magari con la A maiuscola). Una cosa però penso che si possa dire, e cioè che Lunatici è un pittore, e prima ancora un disegnatore, di un certo talento. La domanda che sorge spontanea a questo punto è se la pittura sia ancora da considerarsi arte, o meglio… Arte.

Ma non credo che la risposta interessi Lunatici che, più ironicamente, definisce la sua attività di pittore e disegnatore come una malattia. E allora stiamo al gioco e proviamo a redigere una breve biografia del nostro artista, pardon, malato, come se fosse un referto medico…

Gerardo Lunatici, per gli amici (non molti, in verità – ma, si sa, gli infermi sono tipi solitari, un po’ per scelta un po’ per necessità…), per gli amici, dicevo, è solo Gerri, è nato in Toscana. Dall’età di 6 anni vive a Parma, città che lo ha generosamente adottato. A 8 anni, copiando i fumetti della Disney, ha contratto il morbo, che già si aggirava in quella casa dove trovavano ospitalità pittori, poeti e altra gente stravagante. Il nostro bambino si è così gravemente ammalato di… disegno, e a 14 anni ha contratto una variante del morbo ancora più grave, ammalandosi di pittura (favorita dallo sciagurato dono del padre di una cassetta di colori… si sa, le colpe dei padri ricadono sempre sui figli, come la tragedia greca insegna!). Da allora, nonostante le dispendiose cure (gli studi classici, le lauree in Filosofia e Storia dell’Arte – quest’ultima una specie di terapia omeopatica…) e i ripetuti tentativi di vaccinazione (come un impegnativo lavoro di insegnante in un liceo che dovrebbe stroncare le velleità del più romantico sognatore), non è più guarito; anzi, forse ha visto col tempo aggravarsi la sua malattia, che si è così cronicizzata. Malattia strana questa, che prevede come cura l’esercizio, appunto, del disegno e della pittura. Malattia poi che si manifesta anche in forme pubbliche attraverso mostre personali (a Parma, Collecchio, Trieste, Firenze, Ferrara, Bologna, Cortina) e collettive con altri malati (alcuni immaginari) della stessa patologia (a Collecchio, Laveno Monbello, Sarajevo, Parma ecc.). Anche il giornale locale, la Gazzetta di Parma, ha dato voce alle sue sfogazioni per 15 anni (dal 1993 al 2008), contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli effetti del morbo. La famiglia, a volte irritata, a volte complice, più spesso indifferente alle sorti ormai segnate dell’infermo e comunque rassegnata, convive con la malattia del caro congiunto, che involontariamente ha inoltre contagiato un po’ tutti; così facendo ha acuito il suo senso di colpa per non essere sano e cazzone come gli altri. Eh sì, perché questo è lo stato d’animo permanente del Lunatici: da una parte non poter fare a meno di riempire fogli e tele di immagini, come fosse spinto ogni volta da un demone, da una necessità, da un’urgenza che gli rende secondaria ogni altra cosa; ma dall’altra di rammaricarsi e pentirsi di passare la vita, forse a sprecare il suo tempo, a riempire fogli e tele di immagini. Come Petrarca, che non voleva perdere la sua vita dietro a Laura, (che tra le altre cose mai gliel’ha data) e nello stesso tempo non ne poteva fare a meno!

Ditemi voi se questo non è un destino quanto mai commiserevole!

sabato 6 maggio 2017

Una rarità bibliografica: Céline secondo Gilberto Gavioli e Pulcinoelefante!

Rarità céliniana! Abbiamo a disposizione da cedere tre delle sole 28 copie stampate della plaquette su Céline stampata nel 2009 da Pulcinoelefante, su carta di pregio e stampa a caratteri mobili, ognuna con un disegno esclusivo del pittore Gilberto Giovagnoli. 

Se vi interessasse acquistarne una, mandateci una mail a ars_italia@hotmail.com!




Copertina


Testo


Esemplare 1 



Esemplare 2



Esemplare 3
- VENDUTO -



Esemplare 4
- VENDUTO -



3a copertina








sabato 1 aprile 2017

Anselm Kiefer espone a Copenhagen un'opera ispirata a Louis-Ferdinand Céline



Inaugura il 1 aprile negli spazi di Copenhagen Contemporary, dalla scorsa estate in un affascinante dock al porto di 3.400 mq. Il progetto dell’artista tedesco medita sui mali della guerra e sui fatti politici attuali, ispirandosi al grande e controverso scrittore francese.

È senz’altro il libro più famoso di Louis-Ferdinand Céline. Viaggio al termine della notte è anche il primo romanzo pubblicato in Francia nel 1932 del famoso e famigerato autore francese, reo di aver rivoluzionato le sorti del linguaggio nella scrittura contemporanea, ma anche –colpa più grave e mai perdonata – di aver aderito al Regime di Vichy e di aver assunto posizioni antisemite. La storia che segue le vicende dell’alter ego di Monsieur Destouches (vero nome dello scrittore, che nelle pagine del romanzo diventa Ferdinand Bardamu) tra Africa coloniale e Francia, tra le maglie di una Parigi degradata e tra i racconti più minuscoli di un’umanità tradita e beffata, torna all’attenzione del pubblico dell’arte grazie al nuovo lavoro di Anselm Kiefer. Le opere di Kiefer, nato in Germania nel 1945 e tra i più importanti artisti viventi, sono piene di riferimenti al passato, alla storia, alla letteratura, alla poesia, alla religione.... l'articolo di ArtTribune continua QUI

martedì 7 marzo 2017

Arletty, Sartre e Céline, di di Marco Fagioli e Stefano Lanuzza su "il Giornale" e "Libero"

IL GIORNALE

Arletty, la diva ribelle che girò capolavori e si condannò all'oblio

Cinque anni fa era stata la volta di un romanzo poliziesco con lei per protagonista (Occupe-toi d'Arletty, di Jean-Pierre de Lucovich, Plon), adesso è la volta di una nuova biografia (Arletty, di David Alliot, Tallandier, pagg.304, euro 19,90) che ha per sottotitolo la celebre replica data dall'attrice a chi in tribunale le imputava d'essere stata l'amante di un ufficiale tedesco durante l'Occupazione: «Si mon coeur est français, mon cul, lui, est international». Arletty è morta all'inizio degli anni Novanta: era divenuta cieca, da un trentennio aveva smesso di apparire sulle scene, aveva raggiunto relativamente tardi il successo, a quarant'anni, e a quarantacinque si era ritrovata con la carriera stroncata, appunto per collaborazionismo, e appena un pugno di film all'attivo. Però erano tutti capolavori e per essere stati girati in quell'arco di tempo che andava dalla caduta del Fronte popolare alla drôle de guerre, all'occupazione e poi alla liberazione, avevano incarnato gli anni più appassionati e più torbidi della storia nazionale, un passato che non è mai passato e che continua ad affascinare fra pentimenti, revisioni e rivendicazioni.


Era la Francia, Arletty, ed era Parigi: troppo affascinante per essere dimenticata, troppo ingombrante per essere semplicemente epurata. Quando Les enfants du Paradis (Amanti perduti è il titolo in italiano) uscì nei cinema il 2 marzo del 1945, lei era agli arresti domiciliari: «Arletty ha dato il suo addio al pubblico con la migliore interpretazione della sua carriera», scrive allora Georges Sadoul, il migliore critico cinematografico comunista dell'epoca, e più che una recensione è una pietra tombale. «Dopo essere stata la donna più invitata di Parigi, adesso sono la più evitata», è il suo commento.

Rispetto ad altre attrici più belle, Arletty aveva dalla sua un'allure tutta particolare, una voce inimitabile, uno spirito aristocratico nel suo essere di popolo. Di estrazione semplice, famiglia operaia («non sono stata allevata, mi sono elevata»), nata a Courbevoie, a due passi dalla casa dove pochi anni prima era nato Céline, il suo vero nome era Léonie Marie Julia Bathiat: il nome d'arte le venne dato dall'anglicizzazione di Arlette, un personaggio di Mont-Oriol di Maupassant, e dopo aver scartato quello che lei ironicamente si era scelto: Victoire de la Marne. Aveva cominciato con l'operetta e le riviste di varietà e a lungo sosterrà che il teatro era il suo lusso e il cinema gli spiccioli da spendere quotidianamente. Senza avere mai girato un film muto, Fric-Frac, con Michel Simon, e Hotel du Nord, con Louis Jouvet, la imposero subito all'attenzione. Poi verranno Alba tragica, Madame Sans Gêne, L'amore e il diavolo, Amanti perduti.

Vestiva Schiaparelli, posava per van Dongen e Kisling, era amica di Colette, di Marcel Aymé, di Drieu la Rochelle («un nome da romanzo. Bel tipo anglosassone. Vien voglia di chiamarlo Sir Drieu...»), del già citato Céline. Senza essere una bellezza moderna, era allo stesso tempo straordinariamente umana eppure distante, gli occhi color della Senna, il fisico solido dalle lunghe gambe, un volto purissimo. Poche come lei ebbero il senso della battuta, la replica fulminante, il gusto della libertà assoluta: «Chiudere le case chiuse, più che un delitto è un pleonasmo» sarà il suo commento alla legge sulla prostituzione che segna la fine dei bordelli. Bisessuale, ai tempi del suo processo per collaborazionismo, interrogata su conquiste e frequentazioni femminili replica: «Sono un gentiluomo» e quando le chiedono come si senta in carcere risponde: «Non troppo resistente». Anni prima, a un indiscreto che le aveva chiesto se fosse gollista aveva detto: «No, gauloise».

Non cattolica («con Dio ci siamo frequentati, ma non ha funzionato»), e però appassionata dell'Irlanda, «un popolo che non si batte per del petrolio, ma per una messa», più pagana che atea, appassionata della Roma dei Cesari, pigra per natura, nella canzone di Garance, l'eroina di Les enfants du Paradis, è racchiuso il suo modo d'essere: «Sono come sono, / sono fatta così. / Quando ho voglia di ridere, rido a crepapelle! / Amo chi mi ama: / ed è colpa mia / se non è sempre lo stesso / quello che ogni volta ama me».


Lo «scénario» che Céline scrisse per lei, Arletty, jeune fille dauphinoise, appare ora tradotto in Arletty, Sartre e Louis-Ferdinand Céline, di Marco Fagioli e Stefano Lanuzza (Aiòn, pagg. 111, euro 14), un volumetto che mette insieme più testi céliniani intorno a un saggio critico dove si alternano curiosamente citazioni tradotte e altre lasciate in francese, l'indicazione di un incontro fra Arletty e Trotsky nel 1941, cioè un anno dopo la morte di quest'ultimo, e alcune foto, fra cui il nudo censurato dell'attrice in Alba tragica, una spugna a guisa di foglia di vite a coprire il pube. Il libretto attribuisce a François Gibault, biografo principe di Céline, la narrazione «intensamente descritta» delle esequie di quest'ultimo, che è invece puro succo delle memorie di Arletty: «Alla sepoltura definitiva, un gatto rossiccio si installa vicino alla bara durante la cerimonia; un bambino innaffia i fiori di una tomba vicina; un agrifoglio cresceva a fianco. Quello che avrebbe desiderato. Il bambino, l'animale, l'arbusto. Getto sulla sua tomba un po' di terra di Courbevoie».